giovedì 17 novembre 2016

papi ciao

Oggi ero a pranzo con mio padre, così gli ho comunicato che ho deciso di uscire dalla sua scuola per la quale stavo lavorando. Chiamiamola l'aziendina del papi, anche se non è propriamente un azienda. E' stato l'ultimo passo di una autodiseredazione che ho iniziato vent'anni fa. Da prima una vera e propria lacerazione, per certi versi, e una rivendicazione di autonomia da altri. La rivendicazione della mia autorità, sul modo di vedere e di fare nel mondo, è sempre stata radicale, almeno tanto quanto sentivo pressante il suo punto di vista e il suo ascendente su di me. Un punto di vista perfettamente in tinta col buon senso comune, ma non col mio. Vent'anni fa rivendicavo il diritto a relazionarmi col mondo attraverso la mia fica così come sentivo di fare, scandalizzando e spaventando tutti coloro che mi avevano protetto ed educato al rispetto delle regole del vivere civile. In realtà, a parlarne, sul piano concettuale, mio padre non ha mai potuto darmi torto tranne per il fatto che non vedeva una meta costruttiva ma solo ribellione. Oggi che mi avvicino ai quarant'anni, che ho due figli, e ho trovato il modo di impiegare la mia esperienza nel lavoro, aiutando davvero le persone, oltre che deliziarmi coi progetti e coi fan di Rosario Gallardo, ho la conferma che la mia "reazione" è anche un'azione. Non sento più dolore per questa figura paterna, tessuta in tutte le dinamiche contingenti, di una storia comune, di amori con difficoltà d'espressione. Ora vedo un uomo con le sue difficoltà, coi suoi ideali, che mi guarda e vede i suoi sogni, ma non i miei. So che quello che ha cercato di offrirmi non è quello che io voglio. Lo ringrazio ma me ne vado. E anche se ciò che io voglio è strano, non è proficuo, è faticoso, è pur sempre ciò che io voglio. Perché la vita è la mia.
E senza astio, ma con una punta di soddisfazione, gli ho detto addio. Gli ho chiesto se aveva qualcosa da dirmi. Lui ha detto di no. Così ho ordinato il piatto più costoso del menù, e mi sono presa il lusso di sentirmi un po' puttana anche con mio padre.
Questo mese invece di lavorare per l'aziendina me ne andrò a Zurigo a vedere il nostro porno spopolare nelle sale. Coi biglietti pagati, non certo dal lavoro da brava figlia, rispettosa del'autorità paterna, che per non sfidarne la posizione rimane pudica, col capo coperto. No, ma pagati coi soldi delle cam, da regina, troia, che non abbassa lo sguardo, che non copre il capo ne la fica davanti a nessuno.
Da oggi non ho più rimpianti. Solo progetti e una gran fiducia nelle mie belle chiappe. Non che lavorerò con quelle, ma anche si. Perché no?

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